Capitolo 27

Laives ai tempi della

via Claudia Augusta

L' inverno dei Reti

L’inverno, lungo e faticoso, era la stagione meno amata dagli antichi abitanti delle regioni alpine. Per ovvie ragioni: le temperature rigide e le giornate corte li costringevano a ridurre notevolmente le loro attività consuete e i movimenti cui erano abituati nella bella stagione erano spesso impossibili a causa del ghiaccio e della neve che ricoprivano campagne, boschi e viottoli sia in pianura che in montagna. Anche il cibo conservato in vari modi e luoghi non di rado scarseggiava e le epidemie dell’epoca mietevano un gran numero di vittime proprio nei mesi freddi. Si pensi che l’età media raggiungeva nel migliore dei casi i 45 anni, mentre la mortalità infantile era altissima.
Forse proprio per questo motivo molte feste venivano celebrate d’inverno. Il bisogno di confortarsi a vicenda, di segnare le tappe di un lungo e difficile percorso con una convivialità condivisa, di riempirsi finalmente lo stomaco, di dimenticare i pensieri quotidiani, giocavano un ruolo determinante nella scelta dei giorni consacrati a questa o quella divinità. E, ovviamente, la volontà di “contenere i danni”, insomma di rabbonire gli onnipotenti spiriti divini che disponevano a loro piacimento della vita umana, del clima e delle malattie…
I Reti delle valli alpine e della valle dell’Adige erano soprattutto agricoltori, si nutrivano di prodotti dei loro campi e degli animali che allevavano loro stessi. La caccia rivestiva un ruolo ormai marginale e occasionale, riservata come'era a pochi privilegiati che disponevano del tempo e dei mezzi per praticarla. Il contadino dell’epoca intorno alla sua casa di circa 50 mq coltivava soprattutto cereali come orzo, farro e miglio o legumi come piselli e lenticchie, in cortile teneva pochi animali come capre, pecore, buoi e, in misure minore, maiali.
Agli dei si offriva la parte migliore dei propri beni: oggetti preziosi, chi ne disponeva, come monetine e statuette, cibo, animali e, nessuno ne parla volentieri ma non si può certo escludere, in casi di estrema necessità anche vite umane. È questo un aspetto assai delicato e difficile da trattare perché ovviamente non è facile dimostrare la celebrazione di riti sacrificali a molti secoli di distanza. Gli storici ne parlano soprattutto con riferimento alle popolazioni nemiche, in molti casi con l’intento di metterle in cattiva luce. Per esempio tra le popolazioni puniche del Mediterraneo erano in uso degli appositi cimiteri per neonati, denominati tophet, e gli storici romani e greci sostennero che quelle popolazioni praticavano il sacrificio infantile… Ma anche in questo caso non vi sono certezze, perché, come detto, altissima era la mortalità infantile e i resti trovati nelle varie necropoli infantili possono trarre origine da questo fatto piuttosto che dai riti cruenti.
Ove possibile, i riti si celebravano in collina. Quasi tutti avevano per oggetto l'annientamento degli spiriti maligni dell’inverno e la rievocazione delle grandi divinità legate alla luce e al sole. Ad una elite era riservato, in queste occasioni, il consumo del vino retico, bevanda che facilitava non poco l’avvicinamento agli spiriti celesti: salvo poi le inevitabili e spesso rovinose ricadute terrestri a cui possiamo assistere molto spesso anche ai giorni nostri.