Certe domeniche d'inverno, quando il caldo sole di mezzogiorno scioglieva la brina sui sentieri che dal fondovalle ombroso conducevano sul Passo del Coyote, gli uomini che abitavano ai piedi del Monte di Mezzo prendevano i loro bastoni, si coprivano di pelli di pecora e lentamente si incamminavano verso la cima delle colline che sovrastavano l'intera valle dell'Adige e, alle loro spalle, anche parte dell'Oltradige.

I fitti boschetti che attraversavano erano completamente spogli e secchi, foglie imbrunite e madide sul suolo a ricoprire le pietre scivolose del sentiero, solo il muschio bagnato dalla rugiada e l'edera sempreverde ricoprivano i tronchi nudi e le grandi, a volte ciclopiche pietre ai bordi del sentiero. Non si sentiva nulla quassù, nemmeno il canto di un uccello, il ronzio di un insetto, i passi fugaci della lepre… La vicinanza al cielo si faceva passo dopo passo più avvertibile, un’emozione intensa si impossessava degli uomini profondamente religiosi e rispettosi dell’universo che li ospitava. Dopo alcune ore di lento cammino, arrivavano finalmente in vista dei luoghi sacri cinti da maestosi muri di pietra. Si soffermavano brevemente in silenzioso raccoglimento prima di varcare quelle soglie custodite da vecchi sacerdoti sprofondati nelle loro meditazioni. Ragazze avvolte in pelli custodivano il fuoco al centro dello spazio, un altare di pietra era ricoperto di muschio e ramoscelli di pungitopo.

All'ingresso, gli uomini deponevano i loro doni: orzo, miglio, piselli, qualche pezzo di carne, bevande fermentate. Poi si avvicinavano lentamente alle rocce sporgenti, deponevano le loro pelli per terra e si sedevano esausti ad ammirare lo spettacolo che avevano davanti agli occhi.

Centinaia di metri sotto i loro piedi potevano riconoscere il loro piccolo villaggio imbiancato dalla brina, seguire il corso lento e diffuso del grande fiume, osservare i monti sacri a nord e a ovest, tutta la valle dell'Adige fino ai lontani ghiacciai. Amavano la loro terra, questi uomini, e le divinità che l'avevano creata per loro. Grandi rocce si ergevano dal terreno, simili a enormi denti di cavallo; uno sbuffi di aria calda saliva tra le pietre ed era la prova che qui la terra era viva e abitata dagli dei.

Il silenzio del bosco li avvolgeva come una sottile tela di ragno e nel silenzio iniziarono a mangiare qualche pezzo di carne arrostita, una fetta di pane raffermo, qualche frutto secco. Erano felici di essere quassù, di poter vedere la grande valle, di incontrare i vecchi sacerdoti.

A volte qualcuno donava ai sacri spiriti un oggetto prezioso: una moneta trovata chissà dove, un fermaglio, un coltello o un'ascia. Lo nascondeva in una profonda fenditura tra le rocce e chiedeva alla divinità invocata protezione e benessere per la propria famiglia. Al calar del sole, la comitiva tornava a valle e alle proprie capanne, pronta ad affrontare con serenità e fiducia gli ultimi mesi freddi dell'anno.

Visita ai Denti di cavallo

Capitolo 31

via Claudia Augusta

Laives ai tempi della