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Il Col dell’Uomo a Monticolo

di Reinhard Christanell ©

Servizio fotografico di David Kruk ©

Benché si trovi alle porte di Bolzano e nei pressi di centri abitati come Appiano e Caldaro, il bosco di Monticolo, nel cuore del troncone settentrionale del Monte di Mezzo, mantiene una sua ancestrale “selvatichezza”.

Bisogna andarci, per assaporarla, camminare in silenzio lungo sentieri e strade forestali che, da Colterenzio e da S. Michele, dalla valle della Primavera e da Vadena l’attraversano in ogni direzione. Un labirinto tra cielo e terra, tra noto e ignoto, dove orientarsi non è mai facile. Accompagnati dal cinguettio e, a tratti, dallo stridio infernale degli uccelli, passo dopo passo si perdono le proprie certezze “urbane” per oltrepassare il velo che ci separa dal fantasmatico mondo del passato.

Strani vapori mattutini affiorano sulla superficie verde scuro del lago grande, un solitario pescatore sembra cercare la pace dell’anima nella sua immobile attesa. Noi andiamo per la nostra strada e, dopo il lago piccolo, svoltiamo verso una collina che qualche millennio fa (tra il bronzo e il ferro, a quanto pare – ovvero tra le culture di Lugo e Fritzens-Sanzeno) era piuttosto frequentata. Cosa ci facessero, lassù, i nostri “selvaggi” predecessori, non è dato sapere. Riti religiosi? Rievocazione degli antenati? Difesa di antiche consuetudini? Come nella lontana Machu Picchu, si è più vicini agli dei che agli uomini, su quella vetta appartata e, soprattutto, ad un modello di economia basato su caccia, pesca e raccolta piuttosto che sull’agricoltura stanziale introdotta dalla rivoluzione neolitica che ha trasformato anche il fertile Oltradige in un giardino.

Wilder-Mann-Bühel, Col dell’Uomo (selvaggio) è chiamato, non a caso, il luogo: forse proprio in memoria degli ultimi “selvaggi” insediati per millenni in queste arcane aree tra Castel Firmiano (sito di ritrovamento di un’antichissima sepoltura) e Gmund, tra i laghi di Monticolo e quello di Caldaro. D’altronde, ancora oggi il territorio esibisce evidenti le tracce dell’eterna lotta tra boschi e campi coltivati, tra natura e “cultura”, con quest’ultima che anno dopo anno continua a erodere spazi vitali alla prima.

Le leggende del posto narrano di un tale Peter Wöth, “der Amerikaner”, uomo anch’egli selvaggio nato nel 1824 e poi emigrato verso le Americhe in cerca di fortuna. Dopo aver vissuto come cercatore d’oro con gli indiani, tornò in patria e si ritirò proprio quassù, in una capanna di pietre. Su una di queste sono ancora incise le sue iniziali e la sua data di nascita.

Poco è rimasto dell’antico castelliere con vista sul Penegal e il gruppo del Tessa, scoperto cento anni fa dal maestro Josef Saxl: migliaia di pietre di porfido sparse sui 280 metri quadri dell’area, qua e là qualche frammento di muro, le basi di una torre quadrangolare, alcune fosse scavate nel terreno. Sotto la cupola, un terrazzamento che poteva ospitare qualche rudimentale capanna anche nella stagione fredda: giacché, malgrado le apparenze, ci troviamo ad un’altezza di soli 650 metri ed il clima è mite tutto l’anno.

Il Col dell’Uomo è, con il Joben- e l’Hohenbühel, una delle colline maggiori che si elevano nei 100 ettari di bosco di larici, latifoglie, pini e abeti che offrono al visitatore, accanto alle testimonianze di un passato ancora tutto da scoprire, l’occasione di una immersione completa in un ambiente antico e affascinante. Scriveva nel 1886 l’esploratore Heinrich Noë: “Dal paesino di Monticolo, si gode la vista di una grandiosa “Waldeinsamkeit” (idillio silvestre), inimmaginabile dai lussureggianti vigneti di Appiano o dal profondo della valle dell’Adige”. E ancora: “Dopo venti minuti di cammino si raggiunge il lago piccolo incastonato nel fitto del bosco. A nord, est e ovest non si vede null’altro che la vetta del Corno del Renon – una scena si singolare abbandono”. Parole che condividiamo appieno.




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