Scriveva il filosofo tedesco Ludwig Wittgenstein: La lingua che parliamo è il mondo in cui viviamo. Questa frase non ci dice soltanto quanto per ciascun individuo sia importante la propria lingua, che di fatto parla "di" e "per" noi ma, indirettamente, quanto sia difficile e doloroso il passaggio da un universo (linguistico) all'altro, a maggior ragione quando questo non è volontario ma imposto. Fermiamoci qui: sono fatti che nella storia si ripetono frequentemente e che dovrebbero aprirci gli occhi sull'importanza, nella crescita di singoli e popoli, delle competenze linguistiche. I nostri Reti, sconfitti e praticamente eliminati dalla storia dai Romani, si esprimevano in un idioma che nulla aveva in comune con l’arcaico latino di allora ma era piuttosto imparentato con il misterioso etrusco, che a tutt'oggi non si è riusciti a decifrare completamente. L'unica certezza sembra essere quella che non si tratti di una lingua (e cultura) indoeuropea: e prossimamente andremo a vedere chi erano questi indoeuropei di cui tanto si parla - e chi erano "gli altri" che pure esistevano... Non è dunque del tutto peregrina l'ipotesi che i Reti, al pari dei tirrenici Rasenna (così chiamavano sé stessi gli Etruschi) siano arrivati via mare da una delle terre anatoliche affacciate sul bacino mediterraneo intorno al X. secolo a.C., periodo in cui, a causa di gravissime carestie ed altri eventi naturali e politici crollò definitivamente l'aurea età del bronzo, che aveva visto fiorire una società composita e globalizzata da Gibilterra alla Turchia, dall'Egitto all'Assiria... A favore di questa tesi parla soprattutto l'alfabeto retico (o di Bolzano), non dissimile da quello etrusco, a sua volta proveniente da quello greco e, in origine, fenicio... (continua)

Quando a Laives

Tirrenico

Capitolo 2

si parlava latino