Quando a Laives

Salve

Capitolo 5

si parlava latino

Quando si parla di tempi così lontani e poco documentati la prudenza nell'esporre tesi e tracciare percorsi non è mai troppa. Per questo motivo a volte giriamo attorno ad un argomento più e più volte, proprio per trovare un piccolo dettaglio, l'anellino della catena che mancava. Nel caso dei Reti di Laives abbiamo fatto molti passi avanti anche se molto rimane ancora da chiarire. Un punto è comunque certo: dopo l'anno 15 a.C., dei bei villaggi, dei campi coltivati, dei monumenti agli dei, della lingua dei Reti rimase poco o nulla. I Romani, che a lungo ne avevano subito le "angherie", fecero piazza pulita: quasi tutta la popolazione maschile fu uccisa o deportata, rimasero soltanto quelle poche persone indispensabili alla coltivazione dei campi requisiti dai Romani. La lingua retica fu vietata, il culto brutalmente represso. Romani e Reti romanizzati (soprattutto soldati in congedo) presero possesso dei terreni migliori e delle case: anche se, va detto, la casa retica , monolocale e con il focolare quale punto centrale, non corrispondeva per niente alle esigenze dei civilizzati Romani, la cui domus era soprattutto un luogo conviviale e quindi strutturata e qualitativamente assai superiore.Ne parleremo più avanti; intanto proviamo a immaginare come si svilupparono i rapporti tra Reti rimasti e Romani i primi giorni dopo la battaglia, quando i numerosi morti erano stati sepolti, i feriti curati, le case riadattate alla meglio e i campi e vigneti rimessi a posto. Come comunicavano? Ovviamente in latino, anche se i Reti romanizzati erano sicuramente padroni di entrambe le lingue. E la prima parola che i Romani imposero agli sconfitti? Non c'è dubbio: il saluto. "Salve" (imperativo del verbo salvere, stare in salute) fu il saluto che i Reti ridotti in schiavitù dovevano rivolgere al loro nuovo padrone: "salute a te". E per il commiato esisteva il saluto "vale", addio, spesso nella formula "vale atque salve", addio e stai bene. Un po' come nella Laives odierna si continua a dire "te saludo", salute, "e stame ben". Un altro modo di salutarsi per strada era "ave", seguito dal nome (famoso ancora oggi l'"Ave Cesar, morituri te salutant" rivolto dai gladiatori all'imperatore), oppure "quid agis", come va. Si poteva anche stendere la mano e alzare un dito, ma la stretta di mano era assai rara e l'inchino sconosciuto, un gesto indegno di un uomo libero.