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Il Welschwirt di Laives

di Reinhard Christanell ©


Nel XVI secolo, Laives, piccolo borgo rurale alle porte di Bolzano, era un noto centro commerciale. Le strade brulicavano di vita (anche troppa, secondo gli abitanti dell’epoca, esasperati dal “gazèr” dei forestieri) ed era un viavai ininterrotto di carri e carrozze che sollevavano un gran polverone.

Vi transitavano quotidianamente – e in particolare nei periodi di fiere e mercati – decine di commercianti, zatterieri, carrettieri e tutto quel popolo nullafacente in cerca di fortuna che accompagna sempre le attività più floride. I Sacco di Rovereto, che gestivano in regime di monopolio il trasporto sull’Adige, avevano la loro base operativa a Bronzolo e tenevano a libro paga una quantità infinita di maestranze. Costoro erano temuti per la loro condotta a dir poco esuberante, tanto che i pacifici agricoltori del posto li definivano “dei veri e propri banditi”. Ruberie e zuffe erano all’ordine del giorno e non di rado sfociavano nel sangue.

Il luogo più frequentato da questa stravagante umanità erano ovviamente le osterie. Le più importanti si affacciavano sulla vecchia via postale e commerciale. Alle porte del paese si trovava il “Kalten Keller” (Caneve), poco oltre, dove la strada imboccava l’odierna via D. Chiesa, il “Krueg” o “Großhaus”. Nel vecchio paese dominava la scena lo storico “Koelbl” (Posta Vecchia). Lungo l’odierna via Marconi si trovava il “Burger” (carceri) e alla biforcazione per Bronzolo e la “Länd” (porto e dogana), quella più frequentata dai zatterieri e commercianti di legname: il “Welschwirt” (oste degli italiani). Non era questo il suo vero nome ma probabilmente veniva chiamata così grazie ai suoi avventori. In realtà si chiamava “Raimann” e, più tardi, anche “Goldene Rose”. Solo in epoca più recente prese poi il nome “Gutleben”, derivato da tale Johann Baptist Guettleben, che la gestiva a metà del XVIII secolo. Il nome “Casa Rossa”, prevalente nel XX secolo, derivò invece dalla colorazione dell’edificio.

Il “Welschwirt”, come detto, era il luogo di ritrovo preferito di tuti coloro che gravitavano attorno alle “Reif” (depositi di legname) e al porto sull’Adige. Sull’odierna via Vadena, si trovava infatti anche la “Reif” del Comune di Nova Ponente, che faceva concorrenza a quella vescovile e a quella dei Conti del Tirolo presso l’Aichner, che pure gestiva da decenni il trasporto dei tronchi fino all’imbarcadero.

Il “Welschwirt”, di proprietà dei Lichtenstein (e quindi dei vescovi di Trento), è documentato dalla fine del XV secolo; allora lo gestiva tale Lienhart Raimann, da cui prese il nome. Nel 1540 gli subentrò Joerg Kippermann e nel 1582, dopo la sua morte, acquistò il maso il proprietario del “Großhaus” Matheis Preth. Nel 1726 appare la denominazione “Welschwirt”, e nel 1828 il sacerdote Johann Gentili acquistò il maso dal Barone von Eyrl per rivenderlo nel 1892 alla famiglia Gerber, che lo conservò fino ad oggi. Ora, a breve, questo “monumento” cittadino sarà abbattuto per fare posto ad un condominio: e speriamo che delle preziose mura rimanga non solo un pallido ricordo.


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